Cleo, donna trans razzializzata, reclusa in un carcere maschile in Germania

Cleo – una donna trans nera – si trova in un carcere che non riconosce la sua identità di genere, come accade a molte altre persone gender-nonconforming nel sistema carcerario. Si trova in carcerazione preventiva dal 31 maggio 2024, dopo essere stata arrestata senza alcuna prova concreta, unicamente sulla base di un sospetto che sembra esser caratterizzato dalla profilazione razziale, dal pregiudizio anti-stranierx e dalla transmisoginia razzista.

Il 16 aprile 2025 Cleo è stata condannata a 12 anni e 8 mesi da scontare in un carcere maschile, nonostante non siano state prodotte prove chiare a suo carico!

Le carceri funzionano ancora come un sistema binario iper-genderizzato. Le persone transgender si trovano ad affrontare minacce sproporzionate di violenza dietro le sbarre, proprio come accade loro nelle vite di tutti i giorni. Le necessità mediche di una persona trans differiscono da quelle di una persona cisgender e dovrebbero essere prese in carico nel corso della carcerazione di una persona detenuta.
La situazione di Cleo in carcere è terribile: si trova in isolamento, viene costantemente deprivata dei suoi fondamentali diritti umani ed è soggetta a molteplici forme di discriminazione nella prigione maschile di Neurrupin. Bisogna intraprendere passi urgenti per migliorare queste condizioni precarie.
Cleo si trova in una situazione di alto pericolo – fisico e mentale!
Non possiamo permetterlo! Cleo dev’essere liberata!

Tuttavia, tra Cleo e la sua libertà si prospetta un processo di revisione molto lungo – con potenzialmente un nuovo processo. Abbiamo bisogno di un sacco di soldi per questo. Stiamo raccogliendo 40.000 euro:

– per pagare l’avvocato per l’appello
– per pagare l’avvocato della difesa
– per coprire le diverse spese in carcere.

Inoltre, ci ha sconvolto scoprire che tutti gli effetti personali di Cleo sono stati buttati via dal comune di Potsdam – senza che lo sapessimo. Per questo motivo abbiamo deciso di modificare l’obiettivo della raccolta fondi.
Ogni donazione – che siano 5, 50 o 500, servirà per proteggere Cleo e favorire la giustizia.
Cleo rappresenta molte persone le cui vite sono minacciate dal razzismo, dall’ostilità verso le persone trans e dalla violenza di Stato guidata da politiche xenofobe. La vostra donazione è una dimostrazione nei loro confronti: Vi vediamo. Ci proteggiamo a vicenda. Non ci arrendiamo.
Grazie per essere parte di questo processo!

Se desideri più informazioni, dai un’occhiata alla nostra pagina instagram: https://www.instagram.com/justice.forcleo?igsh=MW5panNrN3RwYXUzMQ==

Lettera dal Carcere

Di Bianca Libera Riva

Il carcere è, forse, un mondo sconosciuto e misterioso per la maggior parte delle persone che non l’hanno mai frequentato. Se ci dotassimo di una gigantesca, immaginaria, lente di ingrandimento vedremmo una moltitudine di persone popolare degli edifici angusti, bui e stranissimi. Mettendo progressivamente sempre più a fuoco questa lente, vedremmo sempre più dettagli: alcune di queste persone in carcere ci lavorano, altre sono persone detenute. Queste ultime sono divise in gruppi e abitano in spazi separati, il primo discrimine è il sesso: maschi da un lato e femmine dall’altro. A ben vedere la popolazione maschile è di gran lunga preponderante sia fra il personale che fra le persone detenute. Se poi, per scrupolo e perché animate da una consapevolezza sociale matura e aperta, volessimo oltrepassare la superficie, metteremmo la lente ancora più a fuoco e vedremmo così spuntare l’identità di genere! Eccomi, io mi trovo qui! Mi chiamo Bianca e sono una donna trans di Milano, in carcere dal 2020.

Noi donne trans siamo immerse in questo mondo caotico e ne costituiamo una piccolissima parte! Siamo un granello di sabbia nell’occhio, impossibile da rimuovere e difficile da sopportare, che dà tanto fastidio. Siamo così piccole, siamo circa un millesimo del totale delle persone detenute, che fino a poco fa nessuno si curava di noi e, a tutt’oggi, siamo ancora a dir poco sconosciute. Siamo un corpo estraneo che in qualche modo deve essere gestito. Mal sopportate, veniamo considerate e dislocate nei modi più disparati e creativi.

Io sarei felice, ora, di raccontarvi la mia esperienza, focalizzandomi in particolare su tutto ciò che ho vissuto nei miei primi, strani, e orribili anni di carcere. Sono stata gettata nel carcere di San Vittore, a Milano, in un reparto protetto, ossia senza contatti con gli altri, separata dai cosiddetti detenuti comuni. Mi sono trovata nel momento più crudo della pandemia Covid e ciò ha fatto sì che, per un buon periodo, fossi l’unica donna trans in tutto il carcere. Ma la cosa più incredibile e, direi, terrificante è che questo reparto protetto sia laddove vengono collocati i sex offender. Diciamo che tutta questa storia mi ha sconvolta e ha dato alla mia vita una grossa sterzata. La Bianca è stata disfatta e ancora oggi mi sto rifacendo. La demolizione è iniziata subito, senza che io me l’aspettassi, perciò inizialmente non sono riuscita a evitarla e mi sono trovata indifesa. Ho subito la rimozione delle mie caratteristiche peculiari e identitarie nel tentativo di sottopormi a un processo di uniformizzazione con gli altri. Ma gli altri che si trovavano con me, erano talmente diversi da me che mi sono subito sentita incompresa e “violentata”. Ho dunque cominciato a oppormi a questo processo: io, che ho fatto della diversità la mia essenza, mai avrei accettato questa equivalenza. Con gesti, parole e anche atti giuridici ho dovuto riscoprirmi e riappropriarmi di quello che sono sempre stata, del mio vero vissuto e del mio corpo. Sì, il mio corpo!

La struttura sessista del carcere impatta e annienta (è fatta per annientare!) chiunque non sia maschio e forte. E lì, il maschio era un sex offender. E io, sex worker a lato dei sex offender, possedevo un corpo sessuato e un lavoro sessuale che erano intesi come un mix devastante. In quel momento era solo terrorizzata per tutto quello che mi stava capitando e pensavo solo a orientarmi. Così mi hanno dato un angolino tutto mio, piccolo piccolo, in cui stare e pochine cose da fare. Separarmi dai separati li avrebbe protetti dal dissolversi delle loro certezze.

Ma il mio corpo è anche il veicolo di relazioni con altri ed è subito diventato ciò che creava curiosità e tentativi d’approccio per una conoscenza. Ciò veniva visto nell’ottica della mia professione e interpretato come mio tentativo di adescamento. La “stanza per me”, quella che mi è stata assegnata, squallida e spoglia, è stata da me sottoposta a un processo di femminilizzazione, semplicemente per rendermi più facile trascorrervi tutto il mio tempo. Ciò veniva interpretato come la creazione di una sorta di casa d’appuntamenti che serviva come richiamo, espressamente diretto all’altra popolazione del reparto che in effetti cominciò a venirmi a conoscere incuriosita. Sono nate così alcune relazioni amichevoli e positive con un ristretto gruppo di persone, ma purtroppo anche tensioni legate a stereotipi, pregiudizi, gelosie e incomprensioni con altre persone. Mio malgrado, quindi, sempre venivo additata, sospettata, sorvegliata a tal punto che questi ridicoli pregiudizi del personale si trasformarono tacitamente in certezze per alcune persone detenute le quali spesso mi hanno rivolto parole, attenzioni e atti sessualmente molesti. Se da un lato è estremamente vietata qualsiasi forma di relazione affettiva consensuale, dall’altro la molestia è quasi considerata nella normalità delle cose. Ho subito atti a cui mai avrei dato un consenso, non gravissimi forse, ma spesso si trattava degli stessi atti che avevano portato quei molestatori in carcere. Ho capito poi di essere stata in qualche modo sottoposta a quello che potrei chiamare un disciplinamento sociale forzato dalla sessualità e dall’identità.

Possiamo forse affermare che questa nostra immaginaria lente di ingrandimento ci abbia fatto scorgere anche solo un piccolo anelito educativo e risocializzante? Forse servirebbe uno strumento più potente, forse non c’era proprio nulla del genere, perché abbiamo scorto solo cose orribili da osservare, ancor più terribili da dire!

BIO: Bianca Libera Riva, classe 1974, nata a Milano, cresce a Quarto Oggiaro e poi cerca di trovare la bellezza nel mondo viaggiando in luoghi in cui può essere libera di esprimere la propria identità di genere. Vive e si ciba di arte, lavora per anni come sex worker e nel 2020 arriva l’esordio nel cinema. A giugno dello stesso anno è stata privata della libertà. Continua il suo impegno politico all’interno del carcere di Reggio Emilia.

Fonte: GATTEBUIE. Voci femministe sul carcere, DWF (143-144) 2024, 3-4, p.51-53


Per scrivere a Bianca è necessario indicare il suo deadname sulla busta. Non vogliamo pubblicarlo per non esporla e non procurarle più disagio di quanto già comporta la sua situazione, a causa della rigidità binaria e transfobica del carcere.

Potete inviare le lettere da destinarle alla mail transenne@riseup.net o farcela avere a mano sempre contattandoci a questa mail o trovandoci alle varie iniziative sulla detenzione trans che organizziamo, indicando il mittente se volete ricevere risposta. In questo modo possiamo dare a Bianca la possibilità di intraprendere una corrispondenza autonomamente con chi le scrive una volta che risponderà via lettera all’indirizzo mittente che le farete avere.

Lettera dal Carcere

da: Scarceranda, quaderno 18. 2024. pp 109-111

Un’immensa galassia di fragilità, è forse solo così che possiamo essere intese noi ragazze trans sexworker e detenute e solo così si possono comprendere le nostre storie molte variegate ma con comuni tratti di sofferenza. Io mi chiamo B. e sono una ragazza trans sexworker di Milano o meglio ero una sexworker perché ora sono detenuta.

Mi trovo nel carcere di Reggio Emilia. Sarei felicissima se questa mia testimonianza diventasse un contributo utile alla riflessione sulla nostra condizione. Ho parlato di fragilità perché la fragilità è la chiave di lettura di tutte le nostre storie e fragilità è una delle parole che mi caratterizzano di più. Sono fragile dalla nascita poiché fin dal momento in cui ho iniziato a conoscere il mio corpo… Beh, non mi è piaciuto… Ho provato ogni sfumatura di disagio nello stare nel mondo e nel cercare di modificare il mio corpo con risultati altalenanti, un giorno in tutti i modi cercando di inserirmi e farmi accettare dalla società, l’altro non vedevo l’ora di fuggire alle armi dal mondo, così è venuta una vita tutta su e giù, sotto il sole e sommersa. Da subito ho avuto un approccio col sex-working per scelta. Sì, scelta ma dettata dalle circostanze, affrettata. Sì, istintiva, ma anche prematura.

Un soffio di vento è quello che basta a sconvolgere un’esistenza così evanescente, un soffio di vento perché io andassi alla deriva smarrita nel nero profondo di una notte, un soffio di vento per sbattere contro lo scoglio della certezza delle leggi, dell’inflessibilità del giudizio, del diniego della società. Un soffio di vento per incagliarsi in una camera di ferro e cemento e una realtà forse più dura di quella che io posso sopportare. E qui altre fragilità, il mio benessere è legato alla chimica delle mie cure ormonali e la mia stessa esistenza è legata alla salvaguardia dei miei diritti.

Entrare in carcere significa mettere in discussione tutto questo perché è come fare un salto indietro nel tempo di 30 anni… nessuna certezza sulle terapie ormonali, nessun supporto psicologico e medico adeguato, nessun riconoscimento e quindi scontri con gli altri detenuti. Il mio corpo diventa oggetto di desiderio sessuale da prendere con forza oppure oggetto di scherno da insultare, sminuire e umiliare con violenza oppure ancora generatore di odio e gelosie. Il mio corpo è il motivo per cui ho poche opportunità e poche garanzie e il motivo per cui sono mantenuta in solitudine, isolata fra gli isolati, sex worker fra i sex-offender…

Che tragitto tortuoso che attraversa l’inferno, per ogni minuto che ho passato dentro è svanita una certezza fuori finché quasi non sono stata cancellata e ora ancora dentro cerco di costruire qualcosa di nuovo con le poche forze che mi rimangono, che ho speso per restare aggrappata e non cadere nell’abisso… ottimista, guardo il futuro di cui non v’è certezza e chiedo il permesso di tornare nel mondo e riprendere a decidere e vivere con le mie forze.
B.